ALTA FORMAZIONE - CONCLUSO
ALTA FORMAZIONE TEATRO DI ROMA – TEATRO NAZIONALE
a cura di Marco Lucchesi
Questo laboratorio incontra, usa e attraversa il magma letterario di Edoardo Sanguineti, autore che ha teorizzato, più di ogni altro, per mezzo della sperimentazione e dell’esercizio, la condizione di una lingua in progressivo decadimento verso la sua definiva scomparsa.
Nel descrivere la sua scrittura Sanguineti parla di “un lessico francamente regressivo, di un sottoparlato oniroide” articolato “entro un registro deliberatamente depauperato e ristretto, in una sintassi sbalordita e deficiente”.
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L’esercizio su questa specie di grammatica de-generativa, necessaria per una lettura moderna di ogni materiale drammaturgico, ed il tentativo di maturarne per la scena gli elementi fondamentali, concorrono alla formulazione di una ipotesi di lavoro che si sviluppa intorno ad immagini di sottrazione, di spaesamento, di rifugio nelle zone più inconsuete dello spazio scenico, di perdita del centro, di spostamenti di fuoco; di negazione del senso più canonizzato e irrigidito del testo, in favore di una nuova tessitura, autonoma, nella quale possano confluire, contemporaneamente, tutti gli elementi necessari.
Una strategia che non prevede particolari artifici scenografici, un’attenta definizione dei personaggi, un arioso svolgimento della vicenda, poiché il concetto che la legittima si articola nel senso del circoscrivere un luogo del pensiero, dell’abbandono, affrancato da ogni possibile riferimento psicologico.
All’attore che si presta a questo incontro, alla considerazione di un concetto estraneo alla propria formazione di attore “psicologico”, e privo, forse, di alcuni strumenti necessari per l’apprendimento e l’esercizio, si chiede di prestarsi con “meraviglia”, di contribuire alla definizione di questo “luogo”, creando una sua maschera di nudità, per così dire, biologica, e di confluire, naturalmente, nella tessitura, in questo montaggio di passaggi e di rimandi, confrontandosi con la difficoltà di non avere punti di riferimento tradizionali se non quelli del proprio sentire e del proprio vedere.
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Questa proposta di lavoro si illude di questa de-generata aspirazione: cogliere le parole nel momento sfuggente ed irripetibile in cui, svincolandosi dal proprio significato, si “mostrano”, in transito, verso un altro luogo.
Non è possibile partecipare di questo avvenimento, oggi (e forse non lo è mai stato), ma crediamo che nella pratica di questa illusione, articolata, consapevolmente, nell’ambito della necessità personale, si possa cercare una possibile contemporaneità.
Memoria pubblica di questo percorso sarà la restituzione scenica, in forma strutturata, delle trame drammaturgiche costruite insieme agli attori che ne saranno anche consapevoli interpreti.
Anna Mallamaci, Luisa Casasanta, Sylvia Milton, Fabio Vasco, Gabriele Zecchiaroli, Francesca Ziggiotti, Martina Massaro