GELOSIA Art. 41 MiC – prima annualità 2022

ALTA FORMAZIONE - CONCLUSO

PERFEZIONAMENTO PROFESSIONALE  ART. 41  MiC – I° annualità – 2022

Con gli allievi del Corso di Perfezionamento Professionale Art. 41 MiC Prima annualità 2022:

Arianna Bigazzi, Armando Distinto, Daniel Pistoni, Emanuele Baldoni, Eugenia Faustini, Irene Ciani, Matilde Zavagli, Nadia Fin, Nicolò Airoldi, Rachele Spinozzi, Sabrina Nastri, Sara Setti, Valentina Alberto, Valeria Cimaglia

 

RACCONTO / MEMORIA

di Matilde Zavagli Ricciardelli – Partecipante al Corso 2022

 

Inizio ammettendo che quando sono arrivata al laboratorio, ero un po’ spaurita. Avevo 22 anni, mi ero trasferita da poco più di un anno a Roma, studiavo all’università, ma non venivo da un’accademia teatrale. La mia formazione era legata all’esperienza, a ciò che avevo vissuto in teatro e in scena, ma non a un percorso strutturato.

 

Intorno a me quasi tutti conoscevano bene Marco Lucchesi, avevano fatto scuole importanti, erano più grandi e con più sicurezza sulle spalle. Io, invece, avevo portato due amiche: ansia e una certa difficoltà a espormi, il mio paradosso soprattutto di quel periodo. Sono convinta di voler fare teatro, ho sempre recitato, ma la mia voglia di stare al centro dell’attenzione fa capolino solo quando sono davvero in scena, quando posso affidarmi a un testo, a un personaggio e a “un altro da me” che mi protegge. Per questo non ho iniziato il percorso con leggerezza, né con la voglia di far vedere quanto valgo, anzi. E forse è stato un bene, perché mi ha permesso di osservare molto, di ascoltare gli altri e di ascoltare me.

 

Il laboratorio è stato da subito uno spazio diverso rispetto a ciò che spesso si incontra nel teatro. Non c’era quella performatività che ti aspetti da un corso di teatro, quell’urgenza di dimostrare qualcosa, di farsi notare. Non si lavorava per fare bella figura, ma per costruire un pensiero. Il corpo c’era, ma non era il centro del lavoro. Lo era la mente, il confronto, l’analisi. Il tempo era dilatato, si poteva sbagliare, tacere, discutere. L’obiettivo non era “recitare bene”, ma diventare teatranti consapevoli, capaci di stare sulla scena con competenza, cioè con la responsabilità di chi ha cercato, pensato, discusso.

 

Per me è stata un’esperienza intensa, fatta anche di momenti difficili. Ricordo una volta in cui alla domanda “cos’è per te la gelosia?” mi sono alzata e non ho saputo dire nulla. Silenzio. Mi sono bloccata. Sentivo su di me lo sguardo degli altri e non riuscivo a parlare. Era come se qualcosa si fosse inceppato, come se quella domanda avesse toccato un punto fragile. Ma proprio in quel silenzio ho capito qualcosa di me: che non per forza ho la risposta pronta, che l’improvvisazione senza strutture non fa per me, che posso tacere, rimanere bloccata ma non per questo valgo meno. Che potevo prendermi il mio tempo, pensarci e scrivere quello che non riuscivo a dire ad alta voce e magari dopo condividerlo.

 

Abbiamo lavorato sulla parola “gelosia”, partendo da La gelosia di Proust, primo estratto che poi porterà a À la recherche du temps perdu. Un’opera che ci ha portati dentro un altro tempo e in un modo di guardare sottile, minuzioso, dove ogni dettaglio ha un peso. Più leggevamo e ne parlavamo, più capivamo quanto possa essere potente lo sguardo che sa guardare davvero. All’inizio pensavo alla gelosia solo come qualcosa da demonizzare, un’eredità del patriarcato da decostruire in ognuno di noi. Ma piano piano ho iniziato a vederla anche in un’altra luce: come qualcosa che può avere valore, se significa imparare a osservare con attenzione ciò che ci circonda. Ho capito che si è gelosi di qualcosa, non di qualcuno. Di un aspetto dell’altro che risuona in noi, che ci manca o ci mette in crisi. La gelosia ci riporta a noi stessi, alle nostre insicurezze, ai nostri vuoti. E il geloso, spesso, si perde nel passato, in ciò che è stato, senza riuscire a immaginare il futuro. E noi, in quel laboratorio, ambivamo a essere gelosi nel senso più profondo e fertile del termine: gelosi della nostra storia, delle nostre parole, delle storie e delle vite delle opere, dei personaggi, delle frasi che poi portiamo in scena ogni volta che aderiamo a quel “divino” che ci abita e che si manifesta nella generosità di chi mette il proprio corpo a disposizione sul palco per restituire vita, verità, presenza.

 

Nel laboratorio abbiamo parlato molto, ma non solo. Abbiamo anche disegnato le maschere della nostra gelosia, lavorato con il metodo Laban, ascoltato un neuroscienziato che ci parla di gelosia a livello scientifico, esplorato il movimento, la memoria, il linguaggio. C’è stato spazio per la vocazione e per la frustrazione, per la scoperta e per il dubbio. Non c’era un traguardo preciso, ma un cammino e ognuno lo ha percorso con i propri tempi.

Io ad esempio, come ho già detto, ho avuto i miei silenzi e il mio ascolto che spesso rimbombavano in sala dopo che Marco pronunciava il mio nome con quel tono sornione e perentorio e io rispondevo con un cenno e un sorriso. Sì, mi ricordo il piacere di ascoltarci, ma ammetto che alcune volte mascheravo con l’ascolto il piacere di distrarmi e vagare altrove, ma va bene così. Per me è stato un tempo prezioso. Non solo perché mi ha fatto crescere come attrice, ma perché mi ha fatto guardare con più onestà a me stessa e al mio lavoro.